
Queste elezioni europee sono state un avvertimento non soltanto al PD italiano, ma a tutti i partiti socialdemocratici e riformisti d’Europa: essi – tranne forse la SPD tedesca, in rimonta – hanno subito un forte calo di consensi (anche a causa, come per il Labour britannico, di una errata politica di governo) e un marcato scoraggiamento dei popri elettori, i quali spesso hanno disertato le urne.
Il PD italiano è dunque in linea con le altre forze socialdemocratiche europee. Certamente peseranno su alcune di esse le responsabilità di governo, certamente in parte dipenderà dal vento sempre più marcato della destra sciovinista e xenofoba che tira sul Vecchio Continente e ai motivi che l’hanno portata alla ribalta. Motivi accomunati da una paura e una incertezza di fondo che serpeggia tra l’elettorato della classe media un tempo riformista, in tutti i campi: dai flussi migratori e quindi al trand disoccupazionale e alla maggiore competitività del mercato del lavoro, a una crisi economica di devastante portata, allo sfaldamento dello stato sociale, ad anni di sbandierato successo europeo della sinistra che hanno lasciato ben poco nei Paesi coinvolti. In questo l’Italia non è tanto diversa dal resto d’Europa: qui, come altrove, tiene la destra e rimontano i partiti dell’odio. La differenza è – piuttosto – nella diversa natura della destra europea, lontana dal manganello (mediatico e non), istituzionalizzata, democratica.
All’indomani di un risultato politico deludente per tutti (persino per il PSOE dell’osannato compagno Zapatero) che ha consegnato l’UE a un centro destra popolare ed ha aperto le porte all’euroscetticismo, vi è però bisogno oggi di ripensare al progetto di una sinistra europea, riformista, socialdemocratica, innovatrice. E’ un’impellenza di revisione e condivisione di obiettivi e priorità che necessariamente in nostri partiti, nazionali e continentali, devono porsi in questa fase post-voto, come già sta avvenendo, ad esempio, per il PSF e il Labour.
Anche noi cugini italiani del PD dovremmo prendere il buon esempio, iniziando – al di là dell’analisi interna e nazionale, che spero di trovare il tempo di trattare presto – a trasmettere a questo partito una connotazione veramente riformista e maggiormente europea, a partire dalla collocazione con i socialisti a Strasburgo per arrivare, infine, a un rinnovamento politico e programmatico del partito che abbia come base la grande esperienza internazionale a cui apparteniamo e alla quale immancabilmente, come il resto della sinistra maggioritaria del continente, dobbiamo attenerci: quella del PSE, il Partito del Socialismo Europeo.
Spero di poter presto affrontare in maniera dettagliata l’argomento, per ora mi limito a voler fornire, ai compagni e alle compagne che lo desiderino, un paio di link e questo spunto di riflessione. Che ne pensate?
http://www.pes.org/
http://www.socialistgroup.org/
“We need more PES, not less PES” (di Poul Nyrup Rasmussen, Presidente del PSE) [EN]