
Ciao a tutti,
riprendo per quanto posso le pubblicazioni, promettendovi una frequenza stabile in una quindicina di giorni. Per ora, mentre impazza il dibattito sulle responsabilità del governo nella ricostruzione abruzzese, mi viene in mente la questione spinosa delle new town che il governo vorrebbe al posto dei centri colpiti dal sisma, lasciando, di fatto, zone come il centro storico de l’Aquila nell’abbandono totale o in preda alla speculazione più nera. Non solo politici ed economisti, ma anche molti antropologi e urbanisti si sono pronunciati in maniera negativa sull’idea berlusconiana de “L’Aquila 2″, poiché snaturerebbe anche la tradizione urbanistica della città e, più in generale, dell’Abruzzo. Mentre pensavo a queste cose, ho trovato, sulla rivista di architettura online “(h)ortus”, la recensione, di Michele Costanzo, di un interessante libro di Franco La Cecla, “Contro l’architettura”. Siccome mi è sembrata attualissima rispetto alla ricostruzione abruzzese. Buona lettura.
Contro l’Architettura
Michele Costanzo
Il libro di Franco La Cecla, Contro l’architettura, è un pamphlet scritto con l’intento di esercitare una provocazione nei confronti del modo in cui viene prodotta l’architettura contemporanea da parte delle così dette archistar, un gioco autoreferenziale, tutto incentrato sulla creatività del singolo progettista.
L’artisticità, entro cui si rifugiano tali progettisti è come un ideale cocoon che tende a proteggerli da qualsiasi responsabilità di ordine sociale, nonché ad escluderli dall’impegno nei confronti della società nel suo complesso. «Gli architetti producono la “ciliegina”, anche se sempre di più il loro lavoro è essenziale al marketing dei prodotti, dei brands, delle agenzie di moda o di turismo o spettacolo per cui lavorano. Insomma le archistar sono nient’altro che artisti al servizio dei potenti di oggi, utili a stabilire “trends”, a stupire e a richiamare il grande pubblico con “trovate” che non sono nemmeno edifici, ma messe in scena, enormi cartelloni pubblicitari accartocciati a formare musei, sedi di agenzie di comunicazione e qualche spettacolare quartiere disneyzzato» (1).
La ragione per cui La Cecla se la prende con gli architetti è che nonostante il loro disimpegno di tipo etico/politico, tuttavia ad essi viene affidata la trasformazione di parti di città. E tali progetti d’intervento sono compiuti, il più delle volte, in maniera inadeguata e superficiale; proprio perché basati sulla convinzione che sia sufficiente puntare su pure valenze iconiche, senza considerare la città nella sua complessità. Città che, come osserva La Cecla, è spesso composta di luoghi pervasi da una loro intimità, di memorie stratificate, di spazi legati a specifiche modalità abitative, nonché di gente che sopravvive al suo interno per via di attività minime che eludono le classificazioni; un insieme di condizioni, dunque, in sé sfuggenti che possono solo essere colte da attente indagini socio/antropologiche; e tali situazioni, ambienti, contesti in sé complessi corrispondono a un territorio su cui agisce l’inconscio collettivo. «Fin quando la città e le pratiche messe in atto per comprenderla e trasformarla non rinunceranno alla carica del colpo di genio riformatore di cui l’architettura sembra oggi la rappresentante più alla moda, fin quando non riprenderanno innanzitutto narrazione, racconto della costellazione profonda e densa, della orizzontalità e verticalità esistenziali di cui le città sono fatte saranno soltanto esercizi inutili» (2).
In questo senso la progettazione di qualunque cosa non dovrebbe mai essere svincolata dalla città; e, quindi, l’edificio non dovrebbe mai essere in sé svincolato dalla realtà urbana, ma piuttosto costituire una sua parte integrata.
Il processo di mercificazione che investe la città e la società in ogni sua manifestazione del vivere ha portato Rem Koolhaas ad affermare che: “Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica”.
In questo senso, il caso di Barcellona -dove l’autore, peraltro, è stato impegnato in analisi di tipo socio-antropologico, finalizzate a supportare l’elaborazione del progetto per il quartiere La Sagrera- è un esempio significativo del processo di svuotamento di quei valori che fino ad ora avevano sostenuto la realtà sociale-urbana. «Oggi Barcellona è a un bivio complicato. La rivoluzione che in essa hanno compiuto gli architetti è stata assorbita dalla brandizzazione a cui gli stessi architetti e amministratori hanno creduto fin troppo. Se trasformi la tua città in un logo prima o poi è meglio che vai a vivere altrove» (3).
Un altro tema che La Cecla affronta nel libro è quello del venire meno del pensiero teorico, che prende inizio negli anni Ottanta. «Gli architetti rinunciano a far parte di un’ideologia di manipolazione disciplinare della società perché prendono atto del fallimento delle ideologie, ma anche di un generale fallimento professionale: la realtà urbana, la realtà sociale, non “segue” le indicazioni disciplinari, le New Towns inglesi al pari delle città satelliti francesi, al pari di buona parte della pianificazione e della elaborazione di modelli residenziali, rivelano un fallimento. Quelle città, avrebbero dovuto addirittura cambiare gli uomini, plasmare esistenze diverse e migliori» (4).
Tali elaborazioni, come osserva l’autore, non riusciranno a produrre un reale miglioramento delle condizioni di vita. E ciò porterà a comportamenti di rifiuto, vandalismo, e perdita norme che regolano funzionali il comportamento sociale.
«A seguito di questo fallimento generale si è prodotto quell’effetto che Jean Baudrillard chiama “vertigo”, cioè l’impressione che tra il discorso dell’architettura e quello della realtà ci sia uno iato incolmabile. Gli architetti rimangono chiusi nella loro vertigine, sanno che quello che fanno non avrà alcun risultato sul piano della realtà, verrà rifiutato o trasformato in maniera radicale. E’ la posizione di Rem Koolhaas. Di fronte a questa evidenza la professione si chiude in sé stessa trattando i propri strumenti come puro esercizio formale. E’ ciò accade mentre tutta la città moderna è in crisi e avrebbe davvero di essere ripensata» (5).
Un ulteriore tema che, sotto varie forme, percorre l’intero libro, è quello della periferia. Riferendosi a certe specifiche situazioni, l’autore trova utile aggiungere la sottile distinzione operata da Jorge Luis Borges (6) su tale realtà urbana: la periferia, che lo scrittore argentino considera un mondo squallido e l’arrabal, un sobborgo composto da un tessuto di case e strade ricco di spirito vitale, dove è venuta a crearsi nel tempo la mitologia di Buenos Aires.
La periferia costituisce per La Cecla un grave errore urbanistico e una forma d’ingiustizia nei confronti di una parte della società che è destinata a viverci. Si tratta del fallimento di una ipotesi riformista a base utopica; e risiede nell’accettazione in partenza che solo una parte degli abitanti della città possa godere del privilegio della piena qualità urbana, mentre il resto debba darsi da fare per rimuovere gli svantaggi di una collocazione considerata fisicamente e simbolicamente marginale. L’urbanistica moderna ha accentuato questo fallimento; e nonostante le pregevoli invenzioni di sistemi insediativi policentrici e di avveniristiche conurbazioni, il centro della città è rimasto centro e i margini sono rimasti “la frontiera che dirada verso il nulla”. «Oggi l’emergenza periferie è in realtà un’emergenza della città tutta, un suo stato endemico di crisi» (7).
Il destino futuro di tale condizione è un processo di periferizzazione generalizzato. «Essere contemporanei significherebbe oggi prendere sul serio la catastrofe imminente, la slumizzazione del mondo, la fine della città per esaurimento delle risorse» (8).
Su questo nodo cruciale della crisi l’autore articola il suo pensiero che tende sempre ad uscire dai limiti dell’oggetto architettonico per affrontare quello dell’intera città la cui crescita è causa della sua perdita di identità.
A questo tema egli contrappone quello dell’inadeguatezza dell’architetto ad affrontare i problemi urgenti che la realtà che cambia, forzatamente impone. Quello che è necessario, dunque, è una radicale trasformazione della figura professionale dell’architetto (se non il suo annullamento). Il problema non è quello allora della modernità, ma del saper mantenere in qualche modo la sopravvivenza di “comunità in equilibrio con le risorse e il paesaggio”, un nuovo genere di “con-cittadinanza” da contrapporre, in forma generalizzata, ad un presente pericolosamente violento e intollerante. E, dunque, come afferma l’autore, «[...] se gli architetti vogliono davvero entrare nei tempi che cambiano devono diventare più intransigenti e più completi, devono avere un pensiero sull’intera città» (9).
Note
(1) Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 23.
(2) Ibidem, p.13-14.
(3) Ibidem, p.91.
(4) Ibidem, p.50.
(5) Ibidem, p.51.
(6) Si tratta di uno scritto del 1926 di Jorge Luis Borges, El tamaño de mi esperanza.
(7) Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 57.
(8) Ibidem, p.42.
(9) Ibidem, p.103.
















Bell’articolo, David. E’ un argomento che mi interessa molto, abitando io in una regione vastamente cementificata. Vedrò di procurarmi il libro. Saluti.